Prendi la parola in riunione e in call: vinci la paura

Sei in sala, le luci sono soffuse, la collega chiude la sua ultima slide e tocca a te. Le mani sanno cosa fare sul pc, in testa hai le idee chiare su cosa dire, ma la tua voce sembra essersi persa e fatica a uscire. È un attimo: il cuore accelera, la mente corre più veloce delle parole, gli occhi cercano un appiglio tra il pubblico. Se ti riconosci in questa scena, sappi che non c’è nulla di “sbagliato” in te: parlare in pubblico si impara, come si impara a usare Excel o l’arte della negoziazione. Purtroppo fin dai tempi della scuola, ci si concentra esclusivamente sul contenuto più che sulla comunicazione di quel contenuto. Spesso ci troviamo di fronte a professori che, pur essendo preparatissimi, non sanno comunicare agli studenti il loro sapere. C’è un metodo per imparare velocemente e in modo efficace, un metodo concreto, che ti permetterà di fare subito pratica senza perderti in lunghissimi studi teorici: il training teatrale.

La parola “teatrale” potrebbe portarti fuori strada, spesso porta alla mente l’essere “finto”, l’interpretare un ruolo, l’essere “istrionico”, ma questi sono tutti pregiudizi legati al mondo del teatro. In realtà il training teatrale prevede lo studio di una tecnica che ti permette di migliorare la tua “presenza scenica”, la dizione, la capacità di gestire il fiato, di dare ritmo al discorso, di dare la giusta intonazione alle parole, di non bloccarti, vincere la paura, usare il giusto tono di voce, prestare la giusta attenzione agli altri. Per raggiungere un risultato, però, serve imparare una tecnica, un metodo e fare poi un allenamento costante. È un percorso che trasforma la paura di parlare in riunione o in call in una competenza stabile, che rimane quando le slide cambiano e i contesti si complicano.

Perché ci blocchiamo davvero (non è “solo ansia”)

Quando prendiamo la parola non portiamo solo contenuti, portiamo anche energia, emozioni, trasferiamo immagini, dobbiamo essere empatici per collegarci ai nostri ascoltatori. Appena prendiamo la parola iniziano le difficoltà: il respiro che si accorcia, l’attenzione che si frammenta, l’istinto di proteggerci dal giudizio. Il cervello fa il suo mestiere e ci spinge verso il “freeze”, il blocco, quel momento in cui il corpo frena e le parole non partono.

Il punto non è spegnere l’emozione, ma guidarla: le emozioni sono come un fiume, se provi a costruire una diga per bloccarle straripano, se invece scavi un letto più capiente per incanalarle nel modo giusto scorrono nella direzione giusta. Nel training teatrale impari proprio questo: a creare il “letto del fiume” con strumenti pratici—respiro, ritmo, pause, sguardo, postura, uso della voce, gesti—così l’energia non ti travolge, ma alimenta il messaggio.

Dal teatro al business: rendere il vero percepibile

Il teatro qui non è finzione, non vuol dire indossare una maschera: è l’arte di saper esprimere il vero e renderlo percepibile agli altri. In azienda significa lavorare con il corpo e con la voce perché la tua presenza trasmetta “affidabilità” ancor prima di iniziare a parlare; significa affinare l’ascolto e la relazione con gli altri, leggere la stanza dove devi parlare, accorgerti quando l’attenzione scende e saperla riprendere senza perdere il filo del discorso; significa chiarire la rotta del tuo discorso, costruire un perché che orienti e scegliere un ordine semplice e logico che accompagni chi ti ascolta.

Le slide, così, tornano a essere ciò che devono: un supporto. Non sostituiscono la tua leadership comunicativa, la amplificano.

Allenamento, non talento: dalla teoria alla pratica

Un percorso di training teatrale porta questi pilastri dentro la tua realtà, sulle presentazioni che fai davvero e nelle riunioni in cui ti giochi le decisioni. È come lo sport: una maratona non la vinci col talento, ma con l’allenamento giusto. Si inciampa quando il carico della fatica supera la preparazione, non perché “non siamo portati”.

Alleni il corpo, trovi il passo, costruisci fiato, proteggi le ginocchia, scegli le scarpe giuste, capisci quando rallentare e quando accelerare e alla fine tagli il traguardo. Con la comunicazione funziona allo stesso modo: alleni voce e presenza, affini ritmo e respiro, metti le idee in fila con chiarezza, impari a gestire le domande del tuo pubblico senza farti portare fuori strada. Il risultato è che in presentazioni, riunioni e call prendi la parola senza blocchi e accompagni gli altri dove vuoi portarli.

Dalla confusione alla chiarezza: come prepararsi

Da dove si parte, in pratica? Dal nostro obiettivo. Non dalle slide e non da “tutto quello che devo dire”. Scrivilo in una frase semplice e concreta: cosa vuoi che accada alla fine? Quale decisione cerchi, quale cambiamento chiedi, quale prossimo passo proponi? Quella frase diventa il tuo punto cardinale, il tuo punto di riferimento: ti guida quando il ritmo accelera, ti riporta al punto quando una domanda ti sposta, ti aiuta a scegliere cosa tenere e cosa tagliare.

Poi metti le idee in un ordine facile da seguire: spiega il contesto con parole semplici, chiarisci cosa sta succedendo e perché riguarda proprio chi hai davanti, mostra la tua proposta e i benefici, chiudi con la richiesta esplicita, quella che viene spesso chiamata in azienda la “call to action”. Non servono troppi tecnicismi o paroloni altisonanti: serve farsi capire, passo dopo passo.

Prima di parlare: corpo e prove intelligenti

Preparare il corpo alla situazione è un investimento di tre minuti che cambia l’esito. Espira più a lungo di quanto inspiri per calmare il ritmo cardiaco e dare stabilità alla voce; pianta bene i piedi come se la nuca sfiorasse un muro invisibile, così il diaframma lavora e il respiro non “sale” in gola; sciogli la mandibola e articola lentamente per sbloccare la dizione.

Non stai cercando la perfezione, stai creando le condizioni perché la voce trovi spazio e le parole escano pulite. Anche la prova cambia se la fai con criterio: una passata muta, scorrendo soltanto mentalmente il tuo discorso—gesti e cambi slide senza parlare—ripulisce il non verbale; una ripetizione a velocità doppia ti costringe a selezionare l’essenziale; due o tre domande “scomode” simulate con un collega ti allenano a riformulare prima di rispondere, guadagnando un secondo di pensiero e trasformando la pressione in guida.

Parlare in call senza sovrapporsi (e senza sparire)

Nelle call vale la stessa logica, con qualche accortezza in più. La latenza e le micro-interruzioni non sono maleducazione, sono caratteristiche del mezzo. Entra con un ponte per non sovrapporsi (“riprendo un attimo il punto di… con un esempio pratico”), chiudi passando il testimone in modo chiaro (“mi fermo qui e lascio a Marta per gli aspetti giuridici, poi tornerò io sul piano operativo”), parcheggia con eleganza ciò che rischia di far deragliare (“mi segno la domanda e ci torno tra due slide, così non perdiamo il filo”).

È leadership gentile: si sente e si vede, anche attraverso uno schermo.

Misurare i progressi (e farli contare)

La buona comunicazione si vede nei risultati. Nota quanto tempo serve per arrivare a una decisione dopo le presentazioni chiave, osserva la qualità delle domande nelle Q&A e chiedi a te stesso e al team un feedback breve su sicurezza, chiarezza e utilità percepite.

Sono dati piccoli, ma dicono molto: indicano dove intervenire, aiutano a fissare i progressi e ricordano che “parlare bene” non è uno “show”, è un modo di lavorare che fa risparmiare tempo, riduce la confusione e porta le persone dalla stessa parte.

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